Genova, Liguria - Come è triste veder servire ai tavoli intorno piatti coloratissimi e di scenografica presentazione e al proprio una sequenza di piatti monocolore e dal monotono sapore. Tra le mie scelte sbagliate di oggi, i paccheri con gamberi bianchi e fagioli. Sbagliando si impara a ordinare?
Collezionista di colazioni e fotografa, in dialogo con Anthelme Brillat-Savarin
Critico gastronomico in incognito da 13 anni per una Guida nazionale e gourmet da molto più tempo.
Altre passioni da dichiarare: Borges, Gadda, tè, libri, film, vino, spille vintage, scarpe, arte, musei.
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mercoledì 5 marzo 2014
martedì 26 novembre 2013
Fasti luigisedici: se non hanno neanche le brioches, mangino i paccheri
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| Paccheri gamberi e melanzane |
"Prima dell'epoca di cui abbiamo parlato (1770) le persone ricche e potenti godevan quasi sole di due grandi vantaggi: viaggiavano con grande rapidità e mangiavano sempre molto bene." Brillat-Savarin
Fossano, Piemonte - Dopo quasi due ore di guida e non prima di aver sbagliato strada almeno tre volte, tanto per tener alta la media dello smarrimento, entro nella Città antiquaria come un diabetico entra in pasticceria: vorrei tutto e quasi nulla posso avere. Mi salva il fatto che i pochi negozi aperti (e meno male che è sabato mattina) pronunciano stime e prezzi da cardiopalma ("Quel grande specchio? Venduto, era antichissimo." - "Quell'altro più piccolo? Si tratta di un Luigi XVI originale, io non vendo patacche, e viene tre-e-otto"). Ritiro la mia modesta (ma vero affare) sedia Napoleone III 1870 e dopo una lotta col portabagagli per infilarcela senza romperla, riparto. Vedo in lontananza il profilo imponente del castello e parcheggio vicino a un mercato agricolo. Poi mi incammino verso il centro, sotto le gocce sempre più pesanti di una pioggia decisa a dominare la giornata. Potrei cercare un locale nuovo, ma dopo il luigisedicioriginale non sono dell'umore; entro nel convento trasformato in hotel, ristorante e ristorantino con piatti unici e di quest'ultimo faccio mio l'ultimo tavolo libero, accanto a tre uomini di età assortite che stanno consumando un raffinato aperitivo. Quando se ne vanno mi salutano e penso che sono cordiali i fossanesi, o magari questi sono foresti come me. Fuori avevo letto un menu che non corrisponde quasi per nulla a quello che mi viene portato e scelgo una pasta con gamberi e melanzane. Il piatto è poco novembrino e alla fine non capisco se i paccheri erano buoni perché pochi o pochi perché buoni. Ci bevo un bicchiere di Arneis e pur di non uscire troppo presto nei freddi portici deserti ordino anche il tortino caldo di gianduia, dolce al limite dello stucchevole. Il conto, di 23 euro, è vicino a quello della mia sedia napoleoneterzo e lontano anni luce dai fasti luigisedici.
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domenica 29 gennaio 2012
La cuoca che vede passare i treni
“La sala... offre allo sguardo scrutatore del filosofo un quadro degno del suo interesse per la varietà delle situazioni che riunisce.” Brillat-Savarin
- Liguria – Serata gustosa in un piccolo locale di un piccolo paese della riviera ligure. Surreale l’atmosfera del ristorante, a partire dall’ingresso dove, vedendo un massiccio bancone da pub, si crede di aver sbagliato indirizzo. E invece si è gentilmente accompagnati in una sala lunga e stretta con panche in legno e finestre dai vetri scuri. Sembrerebbe priva di interesse se non fosse che da quelle finestre, ogni mezz’ora circa, arriva il rumore di un treno che passa. Sotto ci sono due binari, un passaggio a livello e pure una galleria. Il tutto mi diverte, forse un po’ meno il mio accompagnatore che credeva di cenare guardando il mare, ma ha insistito lui per accompagnarmi. Il mare comunque c’è, ed è nel piatto. Il pesce affumicato al legno di faggio è fresco e ben presentato, anche se è avaro di condimento. Chiedo un olio e, bella sorpresa, ne arriva uno siciliano (conservato nella bottiglia dell’acqua no, però…). Le tapas sono spassose perché difficili da conquistare (provate voi a mangiare un mini hamburger di alici alto 8 cm). Dei primi mi piacciono i tre tortelli verdi di baccalà con salsa di topinambur (l’odierno equivalente del prezzemolo e me ne compiaccio), mentre continuo a pensare che i paccheri bisogna lasciarli agli abili cucinieri del sud. Stappiamo la seconda bottiglia di vino con dolcissimi e teneri gamber(ett)i di S. Margherita e un fin troppo salutare cappon magro (a km 1000 da quello barocco di Paolo Masieri). I rintocchi inaspettati di un campanile precedono la sontuosa torta di mele destrutturata e se non fossi distratta dalla conversazione magari riuscirei a finirla prima di vederla squagliarsi. Vado a esplorare il bagno. Per coerenza, è minimalista, di un color caramello anni '70 e si trova sul poggiolo, forse per un’ultima occhiata ai binari prima di uscire, all'1.45. Sconsigliato ad aspiranti suicidi.
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